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Mara Galeazzi: dalla Scala al Royal Ballet all'impegno umanitario

di Giuseppe Distefano

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27 MAGGIO 2008
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E' curioso, e lodevole, questo suo interesse per un tipo di danza molto diverso dal suo, quello classico. Ha provato, anche indirettamente, a cercare un contatto con lei?
No, ma vorrei farlo. E' da tanto tempo che ci penso prima che sia troppo tardi. Anche da giovane, quando ero studentessa, guardavo spesso i video dei suoi spettacoli.

Preferisce di più, quindi, il contemporaneo o il classico?
Non ho una preferenza. Ci sono dei balletti classici che non mi piacciono, e spettacoli di danza contemporanea che non mi dicono nulla. E viceversa. L'esperienza recente con McGregor mi ha fatto scoprire delle cose del mio corpo che prima non pensavo. A me piace molto il rischio, andare al di là dello sforzo, riuscire a scoprire qualcosa di più del mio fisico, a superarlo. Quindi non faccio differenza fra l'uno e l'altro stile.

Ci sono stati momenti difficili in cui ha pensato di smettere di ballare?
Verso i 25 anni. Ho avuto un momento di crisi dovuto anche al fatto che non c'era molto lavoro. E mi chiedevo se valeva la pena continuare. Un artista ha sempre bisogno di stimoli e in quel periodo non ne avevo. Un momento difficile è stato due anni e mezzo fa perché mi sono ammalata. Stavo quasi per finire in dialisi, e i medici mi dissero che entro due anni non avrei più potuto ballare, né avere figli. Miracolosamente poi tutto è rientrato. Qualcuno da lassù mi ha guardato. L'intenzione era quella di smettere definitivamente perché il fisico non reggeva più. Forse la determinazione e la positività che ho mi hanno aiutata a combattere questa malattia che si è bloccata. E' stato un momento brutto, e non è stato semplice accettare queste due situazioni. Questo momento difficile mi ha anche cambiata, fatto capire tante cose della vita, mi ha fatta crescere e mi ha resa più felice. Determinante è stato avere al fianco il mio fidanzato.

Dall'estero come vede la situazione della danza in italia?
E' un peccato avere dei teatri bellissimi ma con pochi spettacoli, dei ballerini che crescono di livello e poi se ne vanno all'estero. Quando organizzo i miei gruppi per il Galà, facciamo grande fatica a venire in Italia: i teatri non rispondono. Il problema credo sia soprattutto la mancanza di cultura della danza. E dire che di artisti e di coreografi anche di bravi ce ne sono in Italia. E c'è anche la voglia di danza, ma viene frenata da questo sistema. Qui a Roma mi sono trovata benissimo con la compagnia dell'Opera perché vedo che c'è la voglia di lavorare.

Anche dal pubblico c'è molta richiesta di danza
Tutti i teatri dove ho fatto quest'anno spettacoli in Italia erano sempre pieni. Sono le istituzioni che, per questioni politiche, non favoriscono la danza. Forse bisognerebbe lavorare molto sull'aspetto educativo come si fa a Londra con le tante matinèe per le scuole, in modo che i ragazzi possano crescere ed essere educati ad una mentalità e ad un gusto. La danza è un'arte che richiede una disciplina. E questa educa.

Tornerebbe in Italia?
Tornare ogni tanto come faccio adesso mi piace, ma tornare fissa in teatro no, anche perché vivo a Londra da tantissimi anni e mi trovo benissimo nel teatro inglese. Mi piacerebbe tornare se non ci fossero tutti questi problemi.

Lei da alcuni anni è impegnata anche a livello umanitario. Com'è nato questo suo impegno?
Fin da piccola dicevo alla mia mamma che da grande volevo fare l'infermiera e andare a fare la missionaria coi bambini africani. Nel 2002 avevo organizzato un galà di beneficenza per l'ospedale civile di Brescia per i bambini malati di leucemia e mi sono inserita nella Soroptimist, un'associazione di donne indipendenti che organizzano eventi atti a promuovere i diritti umani e la solidarietà. Visitando il reparto di pediatria ci ho lasciato il cuore. Tornata poi a Londra ci siamo detti col mio fidanzato di fare qualcosa in Africa. Era anche un suo sogno. Da quel momento abbiamo cercato i contatti con i teatri in Sudafrica, e sono venute altre proposte anche dal Kenya per fare dei workshop coi bambini. Oltre ai ballerini, abbiamo coinvolto molte altre persone sensibili a questa realtà. Abbiamo fatto sei spettacoli in tutto e adesso ho questa fondazione di beneficenza Dancing for the children, e stiamo lavorando per il 2009.

Quando sta sulla scena cosa vorrebbe che rimanesse al pubblico?
L'emozione, il ricordo di qualcosa di bello, e non solo di aver fatto delle cose tecnicamente perfette. Certo noi artisti siamo sempre nel mondo dei sogni, siamo un po' pazzerelli, abbiamo una mentalità che tanti non riescono a capire, però fare qualcosa di concreto per gli altri, cercando di aprire altre finestre su dei lati dolorosi della vita, mi ha aiutato tanto, perché se si è troppo chiusi non rendi quanto potresti. Anche perché mancherebbe il nutrimento della vita. Essere chiusi non aiuta a diventare un artista, perché se pensi solo all'arte rimani delimitato, e tendi a rendere grande e insormontabile ogni minimo problema. Io concepisco il mio lavoro non tanto per me stessa, ma più per dare che per ricevere, anche se è bello ricevere.

Cosa prova quando danza? Qual è la sua emozione?
E' come se fossi in un altro mondo. Un'energia diversa, un'emozione che non si riesce a spiegare. Anche se faccio un ruolo drammatico o triste, alla fine mi sento comunque felice, se riesco a esprimere quello che sento, anche se può essere la storia più stupida del mondo. Quando entro in scena è come se mi si aprisse il cielo.

www.maragaleazzi.com
www.operaroma.it

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